Davanti alla signora delle Dolomiti: Viel dal Pan e il giro al Passo Padon

Oggi facciamo le cose facili: poca voglia di pensare a robe assurde, a sentieri infognati e altre attività ludiche che di solito riempiono le nosre giornate montane. Oggi si va a far ballare i piedi su Viel dal Pan, insieme ad altre 9000 persone ma pazienza.

Ma, siccome c’è sempre un ma, il facile sentierino da un’ora fino al rifugio, può all’occorrenza trasformarsi in una traversata di tutto rispetto che riempie l’intera giornata, se proprio non avete intenzione di riposarvi. E se poi beccate, come noi, una giornata di nebbia e nuvole basse e vi capita di parcheggiare al Pordoi con estrema facilità causa maltempo, il tutto si trasforma in un’autentica avventura. Provare per credere.

#diariomontano25

Passo Pordoi
Viel dal Pan
Passo Padon

DifficoltàMedia
Tempo di percorrenza5h (1h dal passo al rifugio)
Dislivello in salita500 metri
Sentieri601, 699, 698, 680
Carta Tabacco 07 ALTA BADIA – ARABBA – MARMOLADA 1:25.000
RifugiRif. Fredarola, Rif. Viel dal Pan, Rif. Passo Padon

Per comodità divido l’articolo in due versioni, una per gli amanti del polleggio e per le famiglie con bambini, e una per gli altri avventori.

Versione breve: viel dal pan basica

Partiamo con la breve passeggiata scioglipolpacci adatta a chiunque: starting point, Passo Pordoi, dove c’è da aver fortuna nel parcheggio, ma se venite dalla Val di Fassa, si può prendere funivia e cabinovia fino a Col di Rosc, da cui si arriva direttamente sulla sella Fredarola in un niente sputato, proprio.

Dicevamo, Passo Pordoi. Da qui si prende il sentiero 601, o Altavia 2, o Viel dal Pan, o Bindelweg che dir si voglia, che prende rapidamente tutta la quota necessaria ad arrivare alla selletta Fredarola, dove troviamo l’omonimo rifugio, e da cui possiamo ammirare in tutta la sua magnificenza la Marmolada. Sempre più triste a causa dell’implacabile scioglimento dei ghiacci, però per essere massiccia, è massiccia.

Momento cultura: Viel dal Pan, letteralmente Via del Pane, era un antico sentiero di montagna utilizzato dai commercianti e dalle genti del posto per spostare merci e persone attraverso le valli, in particolare dalla Val di Fassa alla Val Cordevole. Era considerato più sicuro del fondovalle, come percorso, che si mantiene ad una quota costante di circa 2400/2500 metri. Abbandonato nel corso dei secoli, è stato riscoperto dall’alpinista tedesco Karl Bindel nei primi del ‘900, ed è per questo che è anche noto come Bindelweg.

Viel dal Pan
Siam sempre in tanti, qui sul sentiero

Giunti sulla sella, il sentiero prosegue in un leggero su e giù tra i prati scoscesi dei monti neri del Padon: niente dolomite qui, solo terra nera che si sbriciola e ricorda vagamente gli appennini. Ma davanti, sempre la luce delle nevi perenni.

In breve siamo al rifugio Viel dal Pan, sosta obbligata anche solo per una fotografia davanti alla regina, con bandiera e tutto.

Lago Fedaia
Sotto alla Marmolada, il Lago Fedaia, insieme cornice e disfatta del ghiacciaio

Dal Passo Pordoi al Rifugio Viel dal Pan impieghiamo circa un’ora, anche con bambina in zaino di 13 kg. Il sentiero è largo, sono frequenti le biciclette, e non ci sono pendenze rilevanti.

VERSIONE LUNGA: GIRO AD ANELLO FINO A PASSO PADON

Altro giro altro regalo: un giorno di pioggia (Andrea e Giuliano) abbiamo deciso di farci il giringiro delle montagne nere, scorciato dal Passo Padon perché sebbene il dislivello non sia tanto, la distanza è assai. E poi pioveva, come s’è già detto.

Quel giorno (del lontano 2014, l’anno della pioggia costante) trovammo addirittura parcheggio al Pordoi negli spazi con le righe, inaudito. E su Viel dal Pan c’era davvero poca gente.

Pecora in quota
Le nostre fedeli compagne di viaggio

Subito dopo il rifugio proseguiamo sul 601 ed entriamo in pratica nella nebbia: non piove davvero, siamo dentro le nuvole basse, che ci bagnano come pulcini oltre ad impedirci di guardare il paesaggio. Ogni tanto appare, nell’erba, una pecora. Poi scompare, inghiottita dal Nulla.

E sarebbe stato bello vedere anche la Marmolada, lungo il tragitto, ma no. Oggi no. Oggi si cammina solo per il gusto di mettere un piede davanti all’altro.

Il sentiero prosegue, tra su e giù, fino al vallone di Porta Vescovo, di cui vediamo sopra di noi spuntare qualche pilone, qualche angolo di rifugio, ogni tanto: siamo nel paradiso dello sci invernale, ma grazie alle nuvole non vediamo quasi gli impianti che deturpano le valli. Quasi.

Marmolada
Ogni tanto, una fugace apparizione

Proseguiamo oltre, su un sentiero che diventa 698 e che si chiama anche Sentiero Geologico Arabba, che prosegue sempre in cresta sui prati sotto al Padon. Sopra di noi, le trincee della guerra, nascoste dalle creste di roccia scura. Tra di noi, le marmotte, che fischiano convinte nel silenzio di questo giorno uggioso. Insieme a noi, nessuno.

Finalmente arriviamo al Passo Padon, dove consumiamo brevemente i panini al riparo del tetto del rifugio e poi entriamo a bere qualcosa di caldo: persone nel rifugio con noi: 2. Fuori intanto inizia a piovere sul serio: le nuvole si sono alzate un po’ per scaricare l’acqua anche su questa parte della vallata.

Abbiamo impiegato circa 2h e 40 fino al rifugio Padon, ma quasi senza pause, causa maltempo.

Lago Fedaia
Ci sarebbe anche una bella vista da qui, se non fosse per la nuvola

Appena ci rendiamo conto che è tardi e dobbiamo, iniziare a rientrare verso la macchina, infiliamo i ponci e riprendiamo il cammino sul versante opposto.

Prendiamo la strada delle seggiovie segnata col 699 e ci teniamo, ad ogni bivio, sulla sinistra, fino ad arrivare sotto a Porta Vescovo e ad agganciare il sentiero 680, che ci riporterà alla macchina.

Nel frattempo piove sempre più, siamo quasi zuppi, e nell’ultimo tratto di sentiero, dove ormai stiamo risalendo la valle del passo fino ad arrivare nei pressi dei tornanti della strada, la vegetazione è bassa e gonfia di pioggia, per cui ci bagniamo anche pantaloni e calzini.

Monti del Padon
Monti neri e dirupati

Quando alla fine spuntiamo sulla strada e percorriamo l’ultimo tornante, arriviamo in vista del parcheggio e ci accoglie la visione surreale della nostra auto nel piazzale deserto, unica macchia di colore nel grigio.

Ne valeva la pena.

Per il ritorno impieghiamo circa 2h, forse qualcosa di più. C’è da scendere da circa 2500 metri fino a circa 2100, e poi da risalire per guadagnare nuovamente il passo a quota 2239. In tutto saranno circa 5h di cammino, per un totale di più di 16 km e un dislivello che non sono riuscita a calcolare bene, ma starà sui 500 metri circa. Prendete tutto con beneficio d’inventario.

Umberto
Quanta poesia

Momento nostalgia: nel lontano 2014 ancora eravamo fieri possessori di due Fiat ormai d’epoca, e per la montagna la scelta riacadeva su Umberto (perché sia chiamava così), ottimo esemplare di Fiat Uno 1000 Fire rossa, ovviamente. Grandi prestazioni nei consumi in autostrada. Oggi è un cubo. Pace alla tua anima Umberto, sarai sempre nei nostri cuori.


Per altre storie dolomitiche aggiungo qualche link, non si sa mai:

 Stay tuned.

Pubblicato da

IsolaFenice

Archeologa pentita, disegno cose e case, ma soprattutto fotografo montagne, prendo appunti e scrivo su OcchioCotto. Lascia un commento!

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